«Vedere i bresciani orgogliosi nel mostrare agli amici la propria città è una cosa inedita, non scontata, ma che sta succedendo e che fa piacere». Una mutazione sorprendente quella che vive il popolo-lavoratore della città del Castello. Non da oggi, in realtà, perché il cammino è «iniziato almeno dieci anni or sono e la nomina a Capitale della Cultura ne è stata il frutto atteso».
Massimo Lanzini, vice-caporedattore al Giornale di Brescia, ripercorre le tappe di un risveglio culturale forse passato in sordina nel Paese, ma di cui, in primis i bresciani e poi i turisti italiani e stranieri, si sono accorti da tempo. «Brescia ha una storia di città dedita al lavoro, un po’ grigia, chiusa nella sua sobrietà. Non c’è mai stato il gusto di viverla nelle piazze – racconta Lanzini –. Questo atteggiamento è cambiato un po’ alla volta. Pian piano la frequentazione nei bar, nei cinema, nei musei è cresciuta. Non siamo più solo la città del tondino, abbiamo altre cose di cui godere e i primi a stupirsene sono proprio le persone che vivono e lavorano in città». Osservatore attento, Lanzini usa immagini efficaci per tradurre questo risveglio: «Prendi i bar e i ristoranti. Non avevano mai avuto menù a doppia lingua, adesso tutti, anche il più piccolo Caffè del centro. Sono cose non misurabili, ma molto percepibili. È cresciuta una disponibilità, una competenza, una capacità di accoglienza». Complice anche il cataclisma del Covid, che ha portato in dote persino una vicinanza con Bergamo prima inimmaginabile. «Il fatto di trovarci accomunati da una ferita così potente ci ha uniti, ha aperto molti canali tra noi, mai stati così frequentati». Certi passi avanti, osservabili anche da un flusso inedito di presenze sulla città, non si improvvisano in pochi mesi. «L’amministrazione comunale (...)».
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